Matteo Rabaglio

presenta

O tu che leggi, ricorda. Epitaffi cimiteriali tra l’Adda e il Brembo

Domenica 1 novembre ore 11:00
SAGGISTICA
Unesco Visitor Centre Crespi d’Adda
Corso Manzoni 18

ACCESSO LIBERO – PRENOTAZIONE NON RICHIESTA

Dal proscenio cimiteriale la moltitudine di chi ha vissuto – al pari di una medievale danza macabra, priva però di quella malinconia feroce e beffarda – muove il passo estremo, l’eterna ultima recita, consegnando alle generazioni future un breve, epigrafico, testamento morale, la propria vicenda, gli ideali connotanti il transito terreno e il destino futuro. Le dramatis personae sfilano con le insegne della quotidianità, esibite con orgogliosa misura, con discrezione e senza pompa, con il corteggio dei mestieri, dei ruoli e degli uffici ricoperti in vita.
Altera urbs, il recinto cimiteriale restituisce il quadro complesso di una vita comune con le persone che l’hanno popolata. Ozioso chiedersi se le iscrizioni funerarie, scritte dai vivi per i morti, ma perché altri vivi le leggano, rispondano al vero, se veramente rispecchiano la bontà, la virtù, l’eccellenza che i defunti ritratti mostrano di aver posseduto, confermando l’ironica ipotesi di Italo Svevo, secondo cui «i morti non sono mai stati peccatori»; gli epitaffi mostrano piuttosto i contorni di una società auspicata, gli ideali che la informarono e che donne e uomini, giovani e anziani, poveri e ricchi tentarono di perseguire.
Categoria letteraria e retorica, l’epitaffio fa riferimento a modelli capaci di interpretare la banalità, la sofferenza e financo l’insoddisfazione del quotidiano come prova e premessa di un destino più alto e nobile; morigeratezza, fede, senso della famiglia, operosità sono i pilastri che informano le scritture e che danno senso a una vita trascorsa e circoscritta nelle tradizionali mansioni, accettata come dato ineludibile e immodificabile, come gli eventi naturali, il sole o la pioggia, i temporali o la grandine.
Rito pietrificato della ricordanza e ritratto di una società, del suo ordine e delle sue gerarchie e priorità, le epigrafi sepolcrali hanno garantito la comunicabilità della morte e la trasmissibilità dei valori; risalendo il corso di tante vite simili, e ognuna esemplare, hanno individuato e selezionato valori, vicende e momenti capaci di confermare e legittimare il destino del singolo non meno che della comunità, almeno fino all’epoca in cui le comunità hanno riconosciuto in essi una risposta agli interrogativi dell’esistenza e alle domande di senso.
Le 3288 lapidi sepolcrali qui raccolte, custodite in 156 cimiteri tra l’Adda e il Brembo, parlano un linguaggio articolato, che dice del lutto e della sua cultura, della morte e della vita perché, come afferma Vladimir Jankélévitch, «morire è la condizione stessa dell’esistenza».

MATTEO RABAGLIO

Matteo Rabaglio è laureato in Lettere e ha insegnato Italiano e Storia nella scuola secondaria. È presidente del Centro studi Archivio Bergamasco; gli interessi di studio vertono attorno alla storia della mentalità, dell’immaginario e delle ritualità collettive, unitamente alla storia della cultura, della letteratura e dei letterati bergamaschi.

Ha all’attivo diverse pubblicazioni tra cui si segnalano quelle in collaborazione con Giosuè Bonetti: Immagini e immaginario. Il teatro dell’aldilà: i dannati, le anime purganti, i beati, in «Archivio Storico Bergamasco», n.s., 1-3 (1995); «Magra solet mors pingi supra muraias». Il macabro nella cultura bergamasca tra XV e XX secolo, in Ognia omo more. Immagini macabre nella cultura bergamasca dal XV al XX secolo, Clusone, 1998; l’edizione del manoscritto di Donato Calvi, Delle chiese della Diocesi di Bergamo, Cinisello Balsamo 2008; O tu che leggi, ricorda. Epitaffi cimiteriali tra l’Adda e il Brembo, Sant’Omobono Terme 2017.

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