Andrea Gritti
presenta
Architetture del lavoro.
Città e paesaggi del patrimonio industriale
Domenica 12 ottobre 2025 ore 17:00
SAGGISTICA
Unesco Visitor Centre Crespi d’Adda
Corso Manzoni 18
ACCESSO LIBERO – PRENOTAZIONE NON RICHIESTA
Realizzata da Forma Edizioni per Progetto Cultura di Intesa Sanpaolo in due volumi, uno in italiano e uno in inglese, l’opera di Giovanni Luigi Fontana e Andrea Gritti, Architetture del lavoro. Città e paesaggi del patrimonio industriale / Architecture at Work. Towns and Landscapes of Industrial Heritage, si inserisce con tratti di forte originalità nel panorama internazionale degli studi su queste tematiche. I volumi si aprono con la presentazione di Gian Maria Gros-Pietro, presidente della Banca, il quale evidenzia come le comunità del lavoro che si formano e trasformano con l’incedere dell’industrializzazione siano “l’osservatorio privilegiato per la comprensione delle filosofie sociali e delle strategie aziendali che sottendono la storia delle relazioni tra imprenditori e lavoratori” e come le molteplici varianti di un fenomeno di lunga durata e di portata planetaria richiedano uno sforzo interpretativo integrato e multidisciplinare – come effettuato in quest’opera –, fondendo i diversi punti di vista della storia economica e sociale dell’impresa, dell’architettura e degli studi urbani. Segue la seconda presentazione di Michele Coppola, executive director del settore Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo, che rileva come il lavoro sia “il grande protagonista di questo libro”, nel quale le centinaia di straordinarie fotografie che accompagnano i testi “raccontano, tra bellezza e dedizione, gli ambienti dove i lavoratori di tutto il mondo, nel corso degli ultimi due secoli, hanno prodotto e abitato”. Un dimostrazione che “l’eredità della cultura industriale è parte fondamentale della storia sociale, economica e anche artistica della civiltà moderna e contemporanea”. Nella sua densa prefazione, Dal lavoro al territorio, un incisivo contributo alla messa a punto sul tema, Lucie K. Morisset (Université de Québec, Montréal), osserva: “Le “città del lavoro” “sono le Cenerentole della nostra scienza moderna. Le abbiamo insomma ritenute orribili e monotone, persino quando eravamo pronti a oggettivare il valore delle fabbriche e delle macchine. Ora questo bel libro ripara questo torto. Oggi ci rendiamo conto che queste città sono molto più numerose, diffuse e soprattutto più differenziate di quanto credessimo.”
In un precedente progetto, “Company Towns in the world. Origins, evolution and rehabilitation (16th-20th centuries)”, coordinato da Giovanni Luigi Fontana, una parte del gruppo di ricerca mobilitato anche per quest’opera aveva svolto un’ampia indagine su villaggi operai, company towns, città del lavoro realizzati in varie epoche e aree del mondo, sulla circolazione dei modelli sociali, architettonici, urbanistici e sulle visioni imprenditoriali che li hanno ispirati. Già allora era emersa la varietà dell’universo che include i luoghi di vita e di lavoro realizzati dagli esordi fino agli sviluppi più recenti dei processi di industrializzazione. Nel primo saggio introduttivo ai due volumi, intitolato (nella versione italiana) Villaggi operai, company towns, città dell’industria. Origini e sviluppi di un fenomeno globale, Fontana motiva la loro continuità nel tempo con l’esigenza, da parte delle imprese, di rispondere a bisogni essenziali in funzione delle condizioni tecnico-produttive delle fabbriche e dei problemi di gestione del personale. Modalità e tipologie di intervento hanno però conosciuto continue variazioni nel corso del tempo, di cui il saggio esemplifica tipizzazioni riferite a tutte le epoche e latitudini. La molteplicità di esperienze e la loro estrema varietà nel tempo e nello spazio si riflettono nella quantità di definizioni utilizzate nelle varie lingue e nella letteratura specialistica sul tema. Di qui – scrive Fontana – “la necessità di ricostruzioni meno appiattite sui tradizionali approcci analitici, più articolate in rapporto alle specifiche esperienze e più attente alle esigenze delle aziende e dei lavoratori”.
Andrea Gritti, nel secondo saggio introduttivo ai volumi, Il capitale del progetto. Architettura, tecnica e società industriale, analizza il contributo dell’architettura alla definizione “di una concezione della migliore condizione possibile del lavoro”. All’epoca in cui Simone Weil scriveva queste parole e Le Corbusier iniziava a costruire le prime Unité d’habitations a Marsiglia – scrive Gritti – “l’architettura aveva già ampiamente messo alla prova le proprie capacità di mediazione, avendo accumulato, nel volgere di un secolo e mezzo, una formidabile serie di progetti, commissionati dai più svariati rappresentanti del capitalismo industriale”. Un bilancio critico del rapporto tra architettura moderna e società industriale, secondo l’autore, deve fondarsi sul riconoscimento dell’ambigua compresenza di diverse tendenze non solo in gruppi ampi e compositi di progettisti, ma a volte in un solo autore, come dimostra con puntuali riferimenti alle interpretazioni della società industriale e alle opere dei grandi architetti impegnati a costruire città e paesaggi industriali qualificabili come “rappresentazioni emblematiche della tecnica”, contenenti un potenziale narrativo che David E. Nye ha definito “sublime tecnologico”.
Per quanto un censimento di queste esperienze sia difficilmente realizzabile, anche da questo punto di vista era da tempo avvertita la necessità di allargare lo sguardo oltre la casistica nota per comprendere appieno le diverse declinazioni e scale di questo complesso fenomeno. In questo senso, i due volumi freschi di stampa offrono ai lettori una grande messe di casi e di informazioni: 47 schede maggiori, singole o multiple, ovvero dedicate ad esperienze affini (ad es. le città del rame scandinave, i siti minerari della Vallonia, le manifatture reali francesi, le città del Lowell System, le colonie tessili catalane, le colonie Krupp, le città-giardino, le città dell’orologeria svizzere, le città di Bata, della Ford Motor Company o quelle siderurgiche russe) con un totale di 65 casi analizzati dai co-autori o da altri specialisti di università italiane, europee, americane, asiatiche ed africane. L’evoluzione delle esperienze viene ripercorsa in quattro sequenze temporali, inquadrate da altrettante aperture scritte a due mani dai co-autori: alla fase delle origini segue quella dell’espansione otto-novecentesca, per passare poi a quella della modernizzazione tra le due guerre fino alla ripresa delle iniziative nel secondo Novecento. “I casi prescelti – puntualizza Fontana – rispondono all’intento di far emergere, dagli intrecci delle molte variabili, continuità e innovazioni, ricorrenze ed evoluzioni, influenze e confronti senza cadere nel rischio di associazioni indebite o di comparazioni poco plausibili” .
Alle 47 schede principali segue un repertorio di 120 ulteriori casi di studio per offrire al lettore l’immediata percezione di quali siano le consistenze, le tipologie e le localizzazioni di rilevanti esempi di villaggi, città e paesaggi industriali di tutti i continenti. Ai fini di garantire la comparazione, il repertorio ha utilizzato la medesima partizione cronologica adottata per le schede principali: dalle origini pre e proto-industriali alla diffusione del fenomeno tra Otto e Novecento, dalla modernizzazione nel periodo tra le due guerre alla ripresa della costruzione di nuovi insediamenti nel quadro del più recente welfare d’impresa. I casi repertoriati sono accompagnati da un’immagine emblematica e da brevi note, redatte dagli autori, che si sono avvalsi del contributo di corrispondenti e specialisti delle molteplici manifestazioni del patrimonio industriale nelle diverse aree del mondo. Tra i casi di studio, illustrati dalle schede e dal repertorio, compaiono diversi siti compresi nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. I criteri che hanno determinato la loro inclusione nell’elenco stilato dall’agenzia delle Nazioni Unite sono analizzati nella post-fazione di Massimo Preite (TICCIH, ERIH, AIPAI), che prende in considerazione anche tre siti di recente iscrizione: la regione mineraria dei Monti Metalliferi tra Germania e Repubblica Ceca; i bacini carboniferi di Ombilin a Sawahlunto in Indonesia e di Hashima in Giappone. “Il richiamo a questi ulteriori casi di studio – scrivono Giovanni Luigi Fontana e Andrea Gritti – dimostra quanto sia pertinente considerare la ricerca sul patrimonio industriale come un’“opera aperta”, per richiamare la felice definizione usata da Lucie K. Morisset nella prefazione del libro. In questa prospettiva, il planisfero, che introduce il repertorio, va considerato come il primo abbozzo di una mappa mondiale delle città e dei paesaggi del patrimonio industriale. Per completarla serviranno ulteriori ricerche, che potranno considerare questo studio come la loro coraggiosa avanguardia”.
GIOVANNI LUIGI FONTANA
Andrea Gritti è architetto, dottore di ricerca e professore associato di Composizione architettonica e urbana presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. È stato ricercatore invitato presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio (2018-19) e professore invitato presso le Scuole di Architettura di Marsiglia (2019) e Parigi Val-de-Seine (2023, 2025-26). Ha curato mostre e pubblicato libri dedicati alle implicazioni del concetto di scala nelle teorie e nelle pratiche di progettazione architettonica (“Modulazioni. La concezione scalare dell’architettura“, 2018), alla conoscenza e alla valorizzazione del patrimonio industriale (”Architecture at work. Towns and landscapes of industrial heritage“, 2020) e al rapporto tra infrastrutture, territori e paesaggi (”Autostrada Novissima“, 2018, e ”Autostrada del Brennero. Architetture e paesaggi”, 2023).
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